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La recente sentenza della Cassazione Civile (la n. 13172/2017) s’innesca e conferma il filone giurisprudenziale secondo il quale in ogni caso l’atto dispositivo  di un immobile ipotecato, che lede la consistenza patrimoniale del debitore, è senza effetti, e pertanto va revocato, perché non esclude nel creditore chirografario l’eventus damni.

In sostanza se il debitore vende un immobile soggetto a pregressa ipoteca e l’atto determina la lesione della garanzia generale del patrimonio del debitore, il creditore ha diritto a chiedere la revocatoria di questo atto a prescindere della consistenza dell’ipoteca (ovvero che sia maggiore o minore del valore dell’immobile), poiché ed in ogni caso l’ipoteca non incide immediatamente sulla consistenza patrimoniale del debitore (in altre parole non sottrae il bene avendo una funzione di mera garanzia), ma ha una portata che guarda al futuro ovvero al momento in cui sarà fatta valere. Secondo questa giurisprudenza, poiché per l’azione revocatoria si deve guardare al momento in cui l’atto dispositivo è compiuto (ex ante) perché è questo il momento in cui deve esser valutato l’eventus damni ed essendo difficile sapere con effettiva certezza a tale momento dell’incidenza dell’ipoteca sul patrimonio del debitore, non essendo attivata, è difficile sapere se l’atto abbia o meno escluso l’eventus damni. Vero è che la portata dell’ipoteca può mutare col passare del tempo o con l’intervento di un terzo anche durante la fase esecutiva, ciò rende probabile la dannosità dell’atto dispositivo in questione. Tale probabilità/pericolo è sufficiente per il valido esperimento dell’azione revocatoria.

Tuttavia, non si può trascurare che vi è minoritaria giurisprudenza contraria che ritiene invece che si debba fare una prognosi della fase esecutiva al moneto in cui l’atto è compiuto. Quindi la valutazione dell’eventus damni, e quindi dell’incidenza della ipoteca, sarà ex post perché riferita all’effettiva realizzazione mediante esecuzione e al concorso del creditore chirografario con il creditore ipotecario privilegiato e non ex ante al momento dell’atto. In buona sostanza se il creditore chirografario nella fase esecutiva, da valutarsi al momento del compimento dell’atto da revocare, non avrebbe ipoteticamente ottenuto niente nell’esecuzione e nel concorso col creditore privilegiato, di niente potrà lamentarsi.

Stante il contrasto giurisprudenziale non vi è certezza neanche ai massimi gradi del giudizio dell’esisto dell’azione tendente alla revocazione dell’atto dispositivo avente ad oggetto un immobile ipotecato quando il valore dell’ipoteca supera il valore dell’immobile, anche se non è circostanza da trascurare da qualche anno la giurisprudenza della Corte di Cassazione tende per l’eliminazione degli effetti di  simili atti.

 

 

 

Nella cessione d’azienda è piuttosto frequente che l’acquirente paghi con prezzo dilazionato (a rate o a certo tempo) utilizzando le entrate dell’azienda stessa e, pertanto, il cedente potrebbe voler garantirsi mediante la riserva di proprietà ex art. 1523 c.c. (garanzia che non comporta un particolare costo). In tal caso l’acquirente cessionario non acquista la proprietà della detta azienda se non sino all’avveduto pagamento dell’ultima rata. Gli effetti reali traslativi sarebbero rinviati sino al pagamento del prezzo e l’eventuale indebito trasferimento a terzi del bene potrà, l’altro, esser perseguito anche in sede pene (reato di appropriazione indebita) e il patto potrà essere opposto ai terzi ex art. 1524 c.c..

Relativamente all’azienda il patto di riservato dominio opera in modo particolare e ciò in considerazione della natura dinamica del bene ceduto e dalla collosità della sua natura. La Cassazione già nel 1961, con l’unica sentenza circa la compatibilità del patto di riservato dominio con la cessione dell’azienda, ha invero precisato che gli effetti ed i limiti del patto vanno determinati tendo in considerazione la particolarità dell’azienda ceduta e, rispetto ai beni consumabili, il cedente vedrebbe sorgere a proprio favore un diritto di credito essendo gli stessi venuti meno nell’esercizio dell’azienda. Ciò che quindi è consentito al cessionario è di utilizzare l’azienda nei limiti della sua destinazione sino all’integrale pagamento del prezzo.

In caso d’inadempimento dell’acquirente cessionario per mancato pagamento del prezzo o per compimento di atti indebiti di disposizione dell’azienda, il venditore cedente potrà rivendicare la proprietà dell’azienda restituendo tuttavia, ex art. 1526 c.c., il prezzo corrisposto ma potendo trattenere un equo compenso per l’uso dell’azienda e salvo il risarcimento del danno.

Proprio le particolarità degli effetti del patto di riservato dominio rispetto alla cessione di azienda rendono necessario provvedere ad una esauriente e particolareggiata regolamentazione del rapporto, che sia idonea a prevenire la patologia del rapporto e a regolarne nel miglior modo gli effetti in caso di scioglimento del rapporto.

La Corte di Cassazione nella recente sentenza n. 1858/16, riportandosi ormai a giurisprudenza consolidata, considera terminato il dovere di mantenimento dei figli maggiorenni se il genitore obbligato dimostra che gli stessi abbiano raggiunto l’autosufficienza economica, oppure, quando il figlio studente per ingiustificata inerzia non termina gli studi.

I figli devono saper cogliere l’opportunità data dai genitori di frequentare e completare il percorso universitario nel rispetto del loro sacrificio.

 

testo

Il cliente di una banca chiese che fosse accertata l’illegittimità ed illiceità per usurarietà sopravvenuta del tasso pattuito degli interessi corrispettivi del mutuo.

La Cassazione chiarisce che la valutazione dell’usurarietà del tasso d’interesse deve essere svolta sulla base di quello pattuito originariamente, ma ciò non elimina il rilievo dell’illiceità dovuta al sopravvenuto superamento del tasso soglia, che può escludere semmai che possano essere applicate le sanzioni civili e penali.

Dunque, il giudice del merito è tenuto ad accertare l’illegittimità per la frazione temporale nella quale il superamento del tasso soglia sia effettivamente intervenuto ed applicare per quel segmento del rapporto contrattuale il tasso soglia previsto in via normativa secondo la rilevazione trimestrale eseguita ex art. 2 legge n. 108 del 1996.

Cassazione Civile, sez. I, sentenza 04/04/2017 n° 9405

Figli maggiorenni: se perdono il lavoro, l’obbligo del mantenimento non rivive.

In materia di contributo al mantenimento dei figli maggiorenni, l’obbligo del genitore cessa nel momento in cui questi ultimi raggiungono l’indipendenza economica, ma la successiva perdita dell’occupazione non comporta la reviviscenza dell’obbligo.

Cassazione civile, sez. VI, 14 marzo 2017 n. 6509

“Le domande aventi ad oggetto diversi e distinti diritti di credito, anche se relativi ad un medesimo rapporto di durata tra le parti, possono essere proposte in separati processi; se tuttavia i suddetti diritti di credito, oltre a far capo ad un medesimo rapporto di durata tra le stesse parti, sono anche, in proiezione, inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un possibile giudicato o comunque fondati sul medesimo fatto costitutivo – sì da non poter essere accertati separatamente se non a costo di una duplicazione di attività istruttoria e di una conseguente dispersione della conoscenza di una  medesima vicenda sostanziale-, le relative domande possono essere proposte in separati giudizi solo se risulta in capo al creditore agente un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata. Ove la necessità di siffatto interesse (e la relativa mancanza) non siano state dedotte dal convenuto, il giudice che intenda farne oggetto di rilievo dovrà indicare la relativa questione ai sensi dell’art. 183 c.p.c. e, se del caso, riservare la decisione assegnando alle parti termine per memorie ai sensi dell’art. 101 comma 2 c.p.c.“.

 

Cassazione Civile, SS.UU., sentenza 16/02/2017 n° 4090

E’ pubblicata la raccolta degli usi civici della Provincia di Firenze dell’anno 2016

usi civici Firenze

Nell’ambito dei rapporti commerciali accade che il debitore inadempiente temporaneamente in difficoltà economica, garantisca l’adempimento dell’obbligazione emettendo al contempo un assegno a garanzia di quel credito di solito post-datato o in bianco di luogo e data di emissione e lasciato nelle mani del creditore che lo potrà far valere come titolo esecutivo in caso di inadempimento.

L’assegno de quo persegue interessi non meritevoli di tutela, in quanto in violazione di norme imperative, che, nel caso di specie, sono rappresentate dalle norme di cui agli artt. 1 e 2 del R.D. 1736/1933, le quali indicano i requisiti di cui deve essere dotato l’assegno per poter essere considerato come tale.

L’assegno in bianco o postdatato potrà in ogni caso valere come promessa di pagamento ai sensi dell’art. 1988 c.c., comportando la presunzione di esistenza del rapporto di credito-debito.

Cass. civ., Sez. I, 24 maggio 2016, n. 10710:

“L’emissione di un assegno in bianco o postdatato, cui di regola si fa ricorso per realizzare il fine di garanzia – nel senso che esso è consegnato a garanzia di un debito e deve essere restituito al debitore qualora questi adempia regolarmente alla scadenza della propria obbligazione, rimanendo nel frattempo nelle mani del creditore come titolo esecutivo da far valere in caso di inadempimento -, è contrario alle norme imperative contenute negli artt. 1 e 2 del R.D. 21 dicembre 1933 n. 1736 e dà luogo ad un giudizio negativo sulla meritevolezza degli interessi perseguiti dalle parti, alla luce del criterio della conformità a norme imperative, all’ordine pubblico ed al buon costume enunciato dall’art. 1343 cod. civ.. Pertanto, non viola il principio dell’autonomia contrattuale sancito dall’art. 1322 cod. civ. il giudice che, in relazione a tale assegno, dichiari nullo il patto di garanzia e sussistente la promessa di pagamento di cui all’art. 1988 cod. civ.”

 

La Corte di Cassazione afferma che il soggetto danneggiato ha il diritto di frazionare la propria richiesta risarcitoria e domandare il risarcimento di una porzione di danno. Detto frazionamento, però, ha come conseguenza che il danneggiato perde la possibilità di agire giudizialmente per il ristoro dell’intera somma. Dunque, il giudice di primo grado non può respingere la domanda di risarcimento a causa del detto frazionamento.

 

fonte: Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 4 novembre 2016, n. 22503

Si condivide la rassegna della giurisprudenza di legittimità anno 2105, nella quale sono riassunti gli orientamenti della Corte sulle ultime questioni affrontate.

La rassegna è redatta dall’Ufficio del Massimario della Suprema Corte di Cassazione

 

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